Giappone, fuga dall'inferno
La testimonianza di un ricercatore originario di Roma70 scappato dal terremoto che ha devastato il Giappone
Sei su sette. Questo il livello di allarme, secondo l'Autorità francese di sicurezza nucleare (Asn), raggiunto nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi in Giappone. Mentre il ministro dell'Ambiente Prestigiacomo ribadiva: “Nessuna retromarcia sul nucleare in Italia”, e gli “esperti” ripetevano che il nucleare è sicuro, Miracolo – questo il nome scelto da un ragazzo romano nato nell'XI municipio – fuggiva da Tokyo. Risiedeva, almeno fino a ieri, nella capitale giapponese da meno di un anno, perché era impegnato all'Università di Tokyo come ricercatore.
Dopo un primo contatto via Facebook, oggi dopo il suo arrivo a Roma, siamo riusciti a sentirlo telefonicamente.
Per prima cosa come stai?
“Bene anche se un po' combattuto. Da una parte sono contento di essere al sicuro e dall'altra sono dispiaciuto e preoccupato per gli amici e collaboratori che ho lasciato in Giappone. Oltretutto sono andato via con una certa fretta, ho lascito molte mie cose in casa, comprese delle bollette da pagare e vista l'incertezza degli eventi, non sono sicuro di tornare a breve”.
Procediamo con ordine, dove ti trovavi durante la scossa di terremoto?
“Ero all'università, in un'aula con il mio tutor. Quando abbiamo sentito la scossa siamo rimasti calmi, ci siamo guardati e appena realizzato che non sarebbe finita tanto presto ci siamo messi sotto i banchi. La scossa è durata veramente tanto ed è pure aumentata d'intensità. Temevo che i monitor alle pareti mi cadessero in testa. Per fortuna hanno retto. Noi, infatti, ci trovavamo al primo piano dove l'oscillazione del palazzo è stata minore. Durante l'evacuazione della vicina biblioteca, il mio tutor mi ha confessato che questo terremoto era atteso. I giapponesi vivono con la consapevolezza della ciclicità dell'esistenza, anche questo sisma quindi rientra nella vita. Non si aspettavano, però, che lo tsunami arrivasse così rapidamente. Una sola volta e in un’unica trasmissione televisiva, ho sentito parlare di prevenzione inefficace. L'epicentro del terremoto, spiegavano, era troppo vicino alla costa e le misure per avvertire la popolazione non sono state attivate in tempo. Un disastro, una vera tragedia”.
Come si sono organizzate le autorità giapponesi?
“In una città come Tokyo le cose sono complicate. I treni sono stati fermi per tutta la notte, molti sono dovuti tornare a casa a piedi, io per fortuna abito vicino al campus universitario. Un mio collega olandese è rimasto a dormire in facoltà, molte università si sono organizzate diventando dei veri e propri dormitori. Più in generale, i Distretti di Tokyo (i nostri Municipi, ndr) hanno aperto le loro porte a tutti i pendolari bloccati. Assicurando oltre ai letti anche il cibo. Io sono riuscito a contattare i miei famigliari e voi grazie ad internet, i telefoni sono saltati subito. Una cosa da dire è che l'Apple store di Shibuya (quartiere da circa 200.000 persone frequentatissimo da giovani, ndr) visto che era invaso di turisti che utilizzavano la connessione internet per rassicurare i parenti, ha pensato bene di staccare la rete. Criminali”.
L'Ambasciata ti ha contattato?
“No, che io sappia l'Ambasciata non ha contattato nessuno a Tokyo. I media giapponesi ripetevano di non preoccuparsi, le autorità si presentavano in conferenza stampa annunciando solo che il problema sarebbe stato risolto, nessun particolare però veniva fornito. Dopo l'esplosione del reattore numero uno di Fukushima Daiichi, ho deciso di chiamare io l'Ambasciata”.
Cosa ti hanno detto?
“Tokyo non era considerata una zona pericolosa, non avevano organizzato nessun volo charter per l'Italia e non era previsto nessun piano particolare di aiuti”.
Quando hai capito che era il momento di andartene?
“In realtà ho colto un’occasione, il mio coinquilino era riuscito a trovare due biglietti e abbiamo deciso di partire. Le Ambasciate, svizzera e francese, dei miei colleghi avevano cominciato a consigliare la fuga, e io ho preferito dargli retta. Il viaggio per l’aeroporto è stato surreale. Visto che i treni erano bloccati, tutti gli stranieri intenzionati a lasciare Tokyo erano ammassati su gli autobus, io ho optato per un taxi, avevo paura di perdere il volo”.
Tu sei partito due giorni dopo il terremoto, come ti è sembrata la situazione del paese?
“Secondo me neanche le autorità giapponesi, notoriamente molto organizzate, si aspettavano una catastrofe simile, la questione nucleare li ha colti di sorpresa; stanno cercando di capire come fare. Sono cominciati i razionamenti della corrente elettrica, il cibo comincia a scarseggiare e la mobilità interna al paese è completamente al collasso. I giapponesi passano il tempo a guardare le previsioni meteo, le polveri radioattive portate dal vento sono la vera preoccupazione. A questo bisogna aggiungere che il bilancio è di 3.000 morti e 15.000 dispersi. Una catastrofe”.
L’Agenzia stampa di Kyodo scrive: "Radiazioni in sala controllo Fukushima, impossibile intervenire". A Stoccarda 60.000 manifestanti hanno creato una catena umana per ribadire che non vogliono il nucleare. In Italia, il Governo con un decreto vuole sostanzialmente fermare la corsa delle energie rinnovabili e all’opinione pubblica far passare l’idea che la costruzione di centrali nucleari sia una scelta saggia e sicura.

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