Fincantieri ritira il piano di licenziamento

Il timore degli operai che hanno manifestato sotto il Ministero dello Sviluppo Economico è rivolto al futuro. Per la Fiom di Castellamare di Stabia non basta una semplice riconversione

Fincantieri ritira il piano di licenziamento
di Salvatore Altiero
08/06/2011


Urlano di gioia, qualcuno non nasconde la commozione e piange nascosto dagli occhiali scuri. Ritirato il piano industriale Fincantieri. L’attesa e la felicità però non sono stati vissuti insieme dagli operai di Castellammare di Stabia, Sestri ponente e Riva Trigoso: davanti alla sede distaccata del Ministero dello sviluppo economico in via Boston, Roma, quartiere Eur, c’erano solo gli operai dello stabilimento stabiese; la giornata infatti era iniziata con qualche tensione dovuta alla soppressione della manifestazione che partendo da Piazza delle Repubblica avrebbe dovuto snodarsi per le vie del centro. Gli operai provenienti da Genova, il gruppo più numeroso, sono stati bloccati per ore alla Stazione Ostiense e poi autorizzati solo ad un breve corteo fino al Colosseo; gli operai di Castellammare invece riescono a raggiungere l’edificio che accoglie il tavolo di trattative tra delegati sindacali, l’ad Fincantieri, Giuseppe Bono e il Sindaco di Castellammare. Molti, tra gli operai, hanno interpretato questa divisione forzata come una provocazione, caduta però nel vuoto.

Ritirato il piano industriale Fincantieri dunque, salvi 2.551 posti di lavoro, ma le preoccupazioni degli operai non sono del tutto dissolte, guardano al futuro in una prospettiva di lungo termine, chiedono un piano di sviluppo e investimenti tecnologici. Proprio questo sembra essere il nodo più difficile da sciogliere, dopo il passo indietro della Fincantieri rispetto agli esuberi che ha visto una trattativa unitaria per gli stabilimenti di Genova e Castellammare, vengono discusse invece separatamente le modalità di rilancio in quanto legate ai piani di sviluppo regionali.

Francesco D’Auria, delegato Fiom, espone così i problemi da affrontare: «nessuno vuol sentire parlare di riconversione, inutile citare gli esempi che dimostrano come questa non significhi altro che pochi anni di incentivi e poi chiusura definitiva; principalmente, ciò che occorre per lo stabilimento di Castellammare di Stabia sono gli investimenti per dotare il cantiere del bacino necessario alla costruzione a terra delle navi». Attualmente infatti il cantiere stabiese, avendo a disposizione solo uno scalo (praticamente le navi vengono costruite direttamente sullo scivolo da cui verranno varate), soffre limiti strutturali che non gli consentono di concorrere per le navi di maggiore tonnellaggio: «la commessa della statunitense Carnival, la nuova nave da crociera da 141.000 tonnellate di stazza lorda – di cui ieri è stato annunciato ufficialmente l’affidamento a Fincantieri – può essere accolta solo dallo stabilimento di Monfalcone e da nessun altro cantiere, in quanto, ad esempio, noi non possiamo andare oltre le 70.000 tonnellate e siamo soggetti ai limiti di lunghezza e di altezza imposti dallo scalo». Riguardo alla possibilità della commessa da parte della Deiulemar per la costruzione di 6 navi cosiddette “porta rinfuse”, oggetto di possibili finanziamenti da parte della Regione che sarebbero al centro delle trattative sul piano di sviluppo: «sarebbe certo una boccata d’ossigeno anche se si tratterebbe, storicamente, di un passo indietro visto che ormai la Fincantieri si stava concentrando su tipologie di navi ben più complesse». Altra esigenza imprescindibile sembra essere l’inglobamento dell’indotto (l'insieme delle sotto industrie che producono parti elementari in subappalto) all’interno di Fincantieri: «non si può continuare ad evitare gli investimenti necessari per rendere gli stabilimenti autosufficienti mentre si procede a subappaltare parte dei lavori a ditte esterne che abbattono i costi sottopagando gli operai e comprimendone i diritti». Non si nasconde, tra le rappresentanze sindacali, nemmeno il timore che si ripropongano all’interno di Fincantieri le stesse dinamiche già viste con la fiat: cancellazione del piano di licenziamenti ma a costo di una drastica limitazione dei diritti dei lavoratori. Non è solo la Fiom a temere questa ipotesi, lo stesso timore viene espresso da Mimmo Loffredo, operaio fiat ex delegato Fiom (ha smesso di esserlo proprio dopo il contratto di Pomigliano che riduce le figure sindacali all’interno della fabbrica), giunto con altri operai di Pomigliano a portare solidarietà ai colleghi Fincantieri, e Vittorio Langella, delegato Cisl: «il ritiro del piano industriale è certo un buon risultato, ma adesso bisogna pensare alle prospettive di sviluppo – anche qui il riferimento è al bacino di costruzione e all’indotto – e ad evitare che i lavoratori debbano rinunciare ai propri diritti pur di conservare il posto di lavoro». Dello stesso parere Marco Rizzo Csp – anche lui apparso sotto la sede distaccata del ministero dello sviluppo economico – che sollecitato sulla possibilità che venga riproposta la quotazione in borsa e la privatizzazione di Fincantieri, già fallita nel 2008, afferma: «non sarebbe una prospettiva del tutto irrealistica, anzi rientra nelle politiche attuali l’alleggerimento del bilancio statale attraverso l’ingresso dei privati». Netto il dissenso della Fiom su tale ipotesi: «nel 2008 siamo stati noi ad opporci al piano di privatizzazione e se non lo avessimo fatto adesso non ci sarebbe nemmeno questo tavolo di trattative, avremmo già chiuso».

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