Cultura lavoro

Pubblicato il 19 aprile 2017 | da Irene Salvi

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Liberi dal lavoro

Appunti dall'incontro con Bifo alla biblioteca Moby Dick: nel suo intervento il filosofo bolognese ha spaziato dal precariato ai populismi globali per ribadire l'urgenza di un "reddito di esistenza" che disinneschi il ricatto salariale

«La parola possibile è decisiva». Franco ‘Bifo’ Berardi si definisce un agitatore culturale. Sabato 8 aprile è stato ospite dell’incontro “L’Europa è marcia ma noi facciamone un’altra” nella biblioteca di Garbatella. L’occasione è stata la presentazione, con l’autore Luca Chiurchiù, di La Rivoluzione è finita abbiamo vinto – Storia della Rivista A/traverso (Derive Approdi, 2017) di cui Bifo – tra i fondatori della rivista – firma la prefazione (qui un’intervista sul libro).

In apertura della sua lectio lucida e amara, il filosofo e comunicatore bolognese parte da lontano. «Marx parlava del rapporto tra sapere, crescita e lavoro. Nella sua analisi la collettivizzazione dei saperi – e la conseguente potenza del sapere collettivo – avrebbero creato le condizioni per la costante riduzione del tempo di lavoro necessario: lavorare tutti, ma pochissimo».
Perché non si è avverato? «Non basta la volontà a cambiare le cose: la storia del ventesimo secolo ha stravolto le condizioni su cui quelle analisi si basavano. Il movimento operaio ha dedicato decenni a difendere il lavoro, quando si trattava invece di lottare per liberare le esistenze dai tempi del lavoro salariato. L’autonomia operaia era proiettata verso questa ipotesi: ma nulla ha potuto contro l’alleanza obiettiva venuta a determinarsi, nella difesa delle forme esistenti di lavoro, tra operaismo e capitale. Da decenni sindacati e sinistre si battono per difendere i posti di lavoro, così sancendo l’irreversibile sconfitta del movimento operaio, ridotto a difendere la propria schiavitù. Coerentemente, oggi i nuovi populismi cavalcano la paura delle classi lavoratrici di perdere i loro sempre più miserabili salari: la vittoria del fascismo odierno ha rotto il processo di superamento del lavoro e si fonda sulle rivendicazioni difensive dei lavoratori di tutto il mondo».

Inevitabile il parallelismo con la Germania degli anni ’20, dove «l’umiliazione politica e l’impoverimento economico della classe operaia tedesca trovarono nella figura di Hitler una traduzione perfetta: operazione analoga alla retorica del white warrior che ha portato alla vittoria di Trump». Ieri come oggi, i fascismi «non vinceranno, ma provandoci distruggeranno il mondo».

Bifo cita un articolo intitolato Toward a Global Realignment, pubblicato un anno fa a firma di Zbigniew Brezinski (già consigliere della sicurezza nazionale durante l’amministrazione USA di Jimmy Carter): lì «si tratteggia uno scenario in cui le popolazioni del “terzo mondo” si ribellano una dopo l’altra al colonialismo europeo, in risposta a secoli di invasioni e massacri di cui, a voler essere onesti, lo sterminio nazista non è neppure l’esempio peggiore. Auschwitz oggi è sulle coste del Mediterraneo, con un’appendice a Gaza».

Per questo «la guerra non sarà più mondiale, anche se in un certo senso lo è già: guerra civile globale, molecolare e pervasiva, dotata di tutte le caratteristiche necessarie per riprodursi all’infinito».
La crisi europea andrebbe letta, in questo contesto, «come tentativo del capitalismo finanziario di garantirsi una sopravvivenza che permetta il mantenimento di una posizione concorrenziale nel mercato globale. L’unione sopravvive nelle forme dello sfruttamento economico e finanziario, mentre della sua dimensione politica poco o nulla rimane – se non come volto della guerra bianca contro i popoli del Sud del mondo».

Partendo da qui Bifo evidenzia «la debolezza dei progetti di movimento che assumono la dimensione europea come presupposto necessario mentre, dal lato opposto, fioriscono progetti sovranisti e di ritorno alle monete nazionali che se attuati non risolleverebbero le economie ma – al contrario – creerebbero condizioni pericolose, del resto simili a quelle che precedettero la guerra civile jugoslava».

Tratteggiato questo quadro a tinte fosche e tornando al lavoro, alla domanda cos’è il precariato? Bifo risponde: «nient’altro che la polverizzazione dei tempi di lavoro in milioni di frammenti, ricomponibili e combinabili secondo le esigenze del capitale». Per di più, oggi «il neoliberismo sposa le tecnologie per rendere possibili forme di sfruttamento nuove ed esponenziali (se Google spiegasse ogni tecnica di intelligenza artificiale a sua disposizione, per esempio, potremmo già liberarci dal 50% del lavoro umano necessario). Certo, nelle condizioni esistenti l’impatto della robotica può avere costi sociali devastanti: per arginarli occorre un’intelligenza sociale» che oggi non sembra capace di riconoscersi e organizzarsi.

E allora, che fare?! «Prepararsi, mantenere la mente sveglia, sperare che l’inevitabile ceda il passo all’imprevedibile». Le «poche energie rimaste» andrebbero indirizzate nel perseguire «l’unica via di uscita possibile: la riduzione del tempo di lavoro». Parallelamente, reclamare un salario di cittadinanza: «io preferisco parlare di reddito di esistenza, da intendere non come fine ma come mezzo necessario, una leva per scardinare l’esistente».

Perché «la superstizione salariale non ha più ragion d’essere: non è una legge naturale che per mangiare si debba lavorare. Il ricatto costituito dal salario è, di fatto, un ostacolo allo sviluppo del possibile umano».

Il cammeo di Bifo nel film Paz! di Renato De Maria (2001)


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