Dispacci Donne

Pubblicato il 26 aprile 2017 | da Irene Salvi

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Non una di meno: la terza assemblea nazionale

Lo scorso fine settimana si è tenuto a Roma il terzo appuntamento nazionale della rete delle donne. Prossimo appuntamento a settembre, mentre il lavoro di tavoli tematici e gruppi locali prosegue nella scrittura del Piano femminista contro la violenza di genere

 

Dopo lo sciopero globale dell’8 marzo c’è ancora molta strada da fare. Per questo il 22 e 23 aprile centinaia di donne sono tornte a incontrarsi nella terza assemblea nazionale della rete femminista Non una di meno.

Nella giornata di sabato – svoltasi nel dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tre – gli otto tavoli tematici hanno proseguito la discussione sui rispettivi settori, per poi restituire il risultato dei lavori nell’assemblea plenaria di domenica, ospitata dalla scuola San Donato all’Esquilino.

Come mezzo d’informazione indipendente condividiamo, di seguito, il report del tavolo “Narrazione della violenza attraverso i media:

“Gran parte della discussione si è concentrata sugli obiettivi che come tavolo narrazione vogliamo inserire nel Piano femminista contro la violenza sulle donne. Esigiamo la creazione di un’Osservatoria sulla rappresentazione delle donne e della violenza per ogni ambito della comunicazione (stampa, televisione, radio, pubblicità, social media). L’Osservatoria dovrà essere autonoma e indipendente e deve assumere, come principi di analisi e di contrasto alla violenza, le nostre linee guida per una corretta rappresentazione delle donne native e  migranti e delle soggettività lgbtqi ed una corretta narrazione della violenza.

È stato ribadito durante l’assemblea il ruolo centrale della formazione per le scuole di ogni ordine e grado, attraverso percorsi diffusi e capillari in tutti gli ambiti della comunicazione. Vogliamo corsi sul linguaggio sessuato, sul femminicidio e sulla violenza di genere all’interno della formazione per tutti gli operatrici e gli operatori della comunicazione (con inserimento della tematica nell’esame per l’ingresso nell’Ordine dei giornalisti).

Per questo crediamo che l’Osservatoria non dovrà avere un ruolo censorio ma formativo, imponendo la formazione interna alle realtà comunicative che violino i principi e le linee guide da essa adottate. Come metodologia per la scrittura del Piano abbiamo deciso di suddividere il lavoro nei tavoli territoriali, allargandoli alle soggettività interessate. L’assemblea si è posta delle pratiche di azione per le prossime scadenze, tra cui le pressioni affinché il nuovo accordo di servizio pubblico Stato-Rai assuma le nostre linee guida.

Crediamo anche sia necessario trovare una strategia comunicativa progettuale e non emergenziale, che ci permetta di pianificare campagne comunicative di ampio respiro e di sviluppare strumenti condivisi che ci permettano di intervenire prontamente nei momenti in cui vi è un’esigenza comunicativa del movimento.

Abbiamo pensato anche ad un bollino da poter utilizzare per sanzionare le cattive narrazioni nei media, e alla creazione di una rete di attiviste e artiviste, con la possibilità di organizzare anche festival e iniziative culturali autoprodotte. Crediamo che questi strumenti riescano a moltiplicare l’energia politica che abbiamo prodotto in questi mesi.

Crediamo che tutte queste pratiche dal basso che il movimento deve assumere rappresentino la nostra forma di monitoraggio, pressione, denuncia e controllo sui media. Abbiamo visto, infatti, che nei mesi precedenti la forza del movimento ha prodotto un’attenzione e una reazione nei media e nell’opinione pubblica: è su quest’attenzione che vogliamo proporre e diffondere una nostra narrazione differente”.

Circa le principali questioni oggetto degli altri tavoli, in assemblea è stata ribadita l’unanime convinzione che “ogni avanzamento culturale e politico parte dall’autorganizzazione”, così come la consapevolezza che “la saldatura tra diritti economici e smantellamento dei sistemi di welfare è parte del sistema che favorisce discriminazione e sovradeterminazione sulle libertà di scelta”. Di conseguenza “lavoro, sfruttamento e redistribuzione della ricchezza costituiscono il nesso tra sistema capitalistico e violenza sulle donne“.

Secondo le analisi dei tavoli che si occupano di salute/libertà riproduttive e percorsi di fuoriuscita dalla violenza, “le istituzioni non garantiscono indipendenza allo spazio politico che il consultorio rappresenta, soprattutto quando gestito da donne libere, laiche e autodeterminate. Tutti i centri antiviolenza hanno in comune i punti cardine dell’agire politico femminista: le donne che hanno subito violenza non sono vittime passive, bensì soggette attive nel mutuo aiuto, supportate e orientate, mai sovradeterminate nei percorsi di accoglienza dei loro desideri”. Ancora, “il rapporto con le Regioni dovrà partire dalla salute come elemento di espressione della libertà di scelta, superando l’ottica esclusivamente riproduttiva e familiaristica in favore di modelli di prevenzione e cura plasmati sul principio di autodeterminazione”.
I tavoli “legislativo e giuridico” e “femminismo migrante” parlano del necessario “contrasto alle norme securitarie e parcellizzate”, che “per una vera tutela dei diritti delle donne deve essere pensato a livello giuridico verso una reale applicazione e superamento della convenzione di Istanbul”. Si deve inoltre lavorare per “il superamento dell’attuale cultura giuridica dei tribunali e dei mass media, che troppo spesso da un lato processa la vittima e dal’altro ri(con)duce la violenza a ‘naturali’ dinamiche di coppia”, come nel frequente caso in cui si derubricano le aggressioni a “raptus di gelosia”.
Sul medesimo piano, “solo la lotta al regime dei confini può portare al superamento della militarizzazione e vittimizzazione delle migranti: la detenzione, impossibile da umanizzare, e il pacchetto delle politiche securitarie rappresentato dai decreti Minniti-Orlando perpetuano forme di violenza strutturale, esattamente come la tratta e ogni altra forma di sfruttamento. La criminalizzazione dei movimenti migratori deve essere letta in un contesto intersezionale ovvero in relazione a etnia, classe e genere: per questo è urgente abolire i dl Minniti-Orlando e il Migration Compact europeo, in quanto dispositivi razzisti che minano gravemente le libertà di movimento e autodeterminazione”.

donneSe i principi di base restano condivisi, in assemblea le prime divergenze si registrano in tema di lavoro sessuale – da sempre oggetto di dispute tra chi sostiene il diritto all’autodeterminazione dei/delle sex workers e l’opposta prospettiva di chi lo assimila in toto ai fenomeni di tratta e sfruttamento – e di rapporto con le istituzioni, assunte come responsabili di perpetrare il sistema patriarcale ma anche, inevitabilmente, come interlocutore del percorso politico e comunicativo intrapreso nell’ultimo anno dalla rete Non una di meno.

La scrittura del Piano, come il lavoro di tavoli tematici e gruppi locali – presenti ormai a decine in 17 regioni italiane su 20 – prosegue; mentre il prossimo appuntamento nazionale è previsto per la fine di settembre. Dopo le due date romane e l’incontro di febbraio a Bologna si è deciso che la quarta assemblea di Non Una Di Meno si terrà a sud, probabilmente a Napoli.

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