Dispacci Calì Magherini Casetta

Pubblicato il 28 febbraio 2016 | da Matteo Picconi

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Ricordato Magherini a Casetta Rossa, polemiche sul giornalista Calì

Coinvolgente iniziativa con il fratello di Riky, Fabio Anselmo e Ilaria Cucchi; molto dibattuta l’esclusione del giornalista fiorentino

«Avremmo dovuto parlare di un libro, ne parleremo comunque per quanto riguarda i contenuti…». È iniziato così l’evento “Mai più morti di stato” a Casetta Rossa, con le parole di Gianluca Peciola che ieri mattina sedeva al tavolo in veste di moderatore. Come da programma, all’iniziativa hanno preso parte Andrea Magherini, fratello di Riccardo, l’avvocato Fabio Anselmo e Ilaria Cucchi. Assente invece il giornalista di Firenze Matteo Calì, autore del libro inchiesta su Magherini, escluso dal dibattito poche ore prima l’appuntamento. Una decisione, quella degli organizzatori di Casetta Rossa, che ha fatto molto discutere, divenuta argomento centrale nella stessa iniziativa di ieri.

calì magherini cucchi«Per quanto riguarda Calì, la sua esclusione credo che sia una sconfitta. Lo conosco molto bene, è stato un punto di riferimento per la mia famiglia – ha spiegato Andrea Magherini – io non credo che sia un fascista e comunque credo che quando si parla di diritti umani si debba andare oltre queste questioni. Non me la sento di restare, la mia lotta è diversa, non voglio scendere in questa dialettica».

Dopo l’intervento di Andrea Magherini, invitato comunque a restare dagli altri partecipanti, la parola è passata all’avvocato Fabio Anselmo. Nel suo intervento ha voluto spiegare le difficoltà vissute dalle famiglie che si trovano a fronteggiare lo stato ma anche sottolineare l’importante ruolo svolto da Calì nella vicenda Magherini. «Si parla tanto di queste morti, queste storie, ma ciò non significa che siano morti di serie A: esse diventano un simbolo. Si pensa che queste famiglie siano privilegiate perché si parla di loro ma non è così. Nel caso di Riccardo, dentro e fuori dall’aula lui e la sua famiglia sono stati denigrati, maltrattati, sistematicamente provocati da testimonianze false (…). Sono processi che non finiscono mai, soprattutto quelli “mediatici”, inizialmente fondamentali per la lotta giudiziaria ma che espongono le famiglie a qualsiasi cosa». Dopo aver rievocato le tragiche circostanze in cui perse la vita Riccardo Magherini, anche l’avv. Anselmo si è pronunciato sul giornalista fiorentino. «Le prime indagini trattavano di una morte per droga, con annesse querele per danneggiamenti e poco più. Oltre ai familiari l’unico che ha scelto veramente di parlare è stato Calì che con le sue inchieste a Firenze ha tenuto caldo un argomento altrimenti destinato a restare isolato. All’inizio i Magherini erano una famiglia assetata di rispetto nel deserto del Sahara. Calì ha dato un bicchiere d’acqua a questa famiglia. In Italia abbiamo un serio problema di diritti umani, si deve parlare di queste cose: il silenzio uccide».

calì blogPer spiegare l’esclusione di Matteo Calì è intervenuto Luciano Ummarino, del collettivo di Casetta Rossa. «La questione nasce circa dieci giorni fa quando ci è stata segnalata una collaborazione di Calì con realtà vicine a Casa Pound. Fin qui eravamo disposti a mettere la cosa in secondo piano perché la natura dell’evento era più importante. Quello che a noi ci ha fatto male, dunque, non è la presunta “qualifica” di fascista o non di Calì, ma le sue parole scritte nel suo blog personale nel 2010: parole solo offensive nei confronti di realtà a noi affini, con tanto di appellativi tipo “zecche”, “gente sporca che non si lava” (…). Proprio per far si che l’evento avesse ugualmente luogo, e mantenesse la sua importanza senza suscitare ulteriori polemiche, abbiamo ritenuto più giusto escluderlo dal dibattito».

«Sulla vicenda di mio fratello molti giornalisti di Firenze si sono tirati indietro, mi hanno chiuso porte. È lì che capisci quanto sia importante che qualcuno ti dia voce. – ha risposto Magherini tornando su Calì – Mi dispiace, ma chiunque si fosse presentato, dimostrando questo coraggio, io gli avrei aperto la porta. Noi siamo in lotta, ma la nostra non è una battaglia anti-stato, non è contro i carabinieri ma contro quei carabinieri; noi rispettiamo i valori che dovrebbe avere quella divisa. Noi vogliamo solamente verità e giustizia. È difficile. È brutto descrivere come ci si senta circondati in un’aula di tribunale. Ma è una battaglia che si può portare a casa perché lo Stato non sono i carabinieri, non sono i tribunali: lo Stato siamo noi. Noi siamo dalla parte della verità».

In fase di chiusura la parola è passata a Ilaria Cucchi. «Trovo che il libro di Calì sia bellissimo. Raccontare, avere il coraggio di parlare, credo che sia uno dei pochi strumenti che abbiamo a disposizione prima che tutto cada nel silenzio. Per quanto mi riguarda questo ha completamente cambiato la mia vita come il trovarmi a salutare i miei figli per passare una giornata dall’altra parte d’Italia a parlare di mio fratello. Tempo fa Enrico Mentana in disparte mi ha detto che non ho più una vita, che la consumo parlando sempre delle stesse cose, consigliandomi di ricominciare da capo. In questi anni invece ho capito che di indifferenza si può morire ed è stata proprio questa indifferenza, insieme al pregiudizio, a uccidere mio fratello Stefano».

Si chiude così un’iniziativa che, nonostante le premesse, è “riuscita”. Il messaggio passa forte e chiaro: la causa di Riccardo, Stefano e di tutti gli altri vengono prima di tutto. Ciò non toglie che l’esclusione di Matteo Calì dall’iniziativa di ieri meriti alcune considerazioni. La professionalità, il coraggio del giornalista fiorentino sono fuori discussione e lo stesso ruolo assunto nella vicenda Magherini, di cui il libro è solo il prodotto finale, meritano sicuramente il giusto riconoscimento. Ma le parole hanno sempre un peso, ovunque siano scritte, in qualsiasi momento siano state pensate ed elaborate. Perché spesso da queste parole nasce quell’indifferenza e quel pregiudizio che, appunto, uccidono. “Siete comici, perché credete che ci siano ancora i fascisti”. Come spiegare, per esempio, queste parole scritte nel 2010 a Stefania Zuccari, la madre di Renato Biagetti, ucciso a coltellate dopo una festa reggae a Focene da due giovani fascisti? Non è possibile ed è alquanto ingiusto liquidare la questione alla sola sfera ideologica e, forse, questo è uno dei concetti che non sono stati sottolineati ieri nella bella iniziativa di Casetta Rossa. Perché Renato, Dax e tanti altri sono stati uccisi perché percepiti come “diversi”, esattamente come Federico, Stefano, Riccardo. La differenza la fa solo la divisa; l’odio, l’ignoranza e il pregiudizio, invece, sono sempre gli stessi.

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