Dispacci storie

Pubblicato il 13 maggio 2017 | da Irene Salvi

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“Non una storia di meno” per una narrazione non violenta

Alla Villetta Social Lab il primo appuntamento dell'iniziativa che riparte dal racconto per proporre un nuovo immaginario basato sull'ascolto e sul rifiuto della violenza

“Siamo qui per raccontare e ascoltare storie. Le abbiamo chiamate narrazioni non violente, non perché nelle nostre storie non ci sia violenza, ma perché proprio di violenza vogliamo parlare. Ne vogliamo parlare per aprire occhi e orecchie davanti a quella che sembra ormai diventata, nella nostra società, una pratica abituale alla violenza. Si potrebbe chiamare normalizzazione della violenza” (Giuditta Cambieri, ideatrice dell’iniziativa).

Questa sera, alla Villetta Social Lab di Garbatella, il primo appuntamento romano con Non una storia di meno: il prossimo si terrà sabato 27 Maggio al casale Alba #2, in zona Rebibbia. In cerca di “una nuova cultura che ritrovi il senso dell’ascolto“, l’iniziativa mette al centro il racconto – parlato, cantato, fotografato… – e la sua fruizione. A partire dalle 20, si alterneranno sul palco di via degli Armatori narratrici e narratori a sorpresa tra volti noti (e non) del panorama teatrale e cinematografico italiano “per dar vita ad immaginari alternativi che disconoscano il ricorso alla violenza”.

La violenza sta nell’educazione sessista, nel potere economico, nella cultura patriarcale, nel razzismo, negli stereotipi di genere che relegano ognuno di noi ad un ruolo sociale, un genere sessuale, un etnia, una differenza insomma […] Linguaggi violenti, azioni violente, cultura violenta”.

Immaginari e lessici da capovolgere: non a caso il percorso della rete Non Una di Meno include un tavolo dedicato alla narrazione della violenza attraverso i media, le cui considerazioni confluiranno nel Piano femminista antiviolenza in corso di scrittura: una delle proposte è la creazione di un’Osservatoria indipendente incaricata di monitorare schemi e linguaggi cui i mezzi di comunicazione ricorrono frequentemente nella rappresentazione della violenza sulle donne, reclamando una formazione specifica per i giornalisti e maggiore responsabilità verso le tematiche trattate.

Lavorando in questa direzione, negli scorsi giorni NUDM ha indirizzato una lettera alla direttrice dell’Huffington Post Lucia Annunziata (pubblicata qui con la replica della direttrice), in risposta all’articolo di una blogger ospitato sulla testata e relativo al caso di infanticidio commesso da una madre appena sedicenne, evidenziando che “per contribuire all’elaborazione collettiva di fatti che feriscono l’opinione pubblica come questo serve l’esercizio di coscienza, non l’invito alla forca”. Risale invece a poche settimane fa lo “scherzo” riservato dalla trasmissione Amici alla cantante Emma Marrone, palpata da un ballerino durante la sua esibizione sul palco del popolare talent show Mediaset (il caso è finito sulle homepage di numerose testate internazionali), come la bufera sulla slide relativa alle “fidanzate dell’Est” che è sfociato nella chiusura della trasmissione Rai Parliamone Sabato (su Twitter la protesta era circolata con l’hashtag #ParliamoneSubito).

Soltanto ieri Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia ed ex segretaria del Partito Democratico, commentando la notizia di una tentata violenza sessuale commessa da un richiedente asilo, ha sostenuto che “uno stupro è più inaccettabile se commesso da un profugo”, riproponendo la vecchia differenziazione tra stupri di serie A e B (quelli commessi da italiani?).

Pochi tra innumerevoli esempi di rappresentazioni parziali e rischiose, che bastano a rendere chiara l’esigenza dietro all’iniziativa di questa sera: ripartire dal protagonismo delle donne per imparare a raccontare e ascoltare altre storie, diffondere narrazioni differenti e costruire un immaginario non violento, perchè “se non ci raccontiamo non esistiamo”.

 

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